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sabato 23 luglio 2011

Happy Birthday to my Luv

Sono in ritardo di un giorno, ma ieri mi sono occupata di festeggiarti realmente ;) Ormai sono anni che passiamo questo giorno insieme e ogni volta vorrei trovare un modo originale per dirti quanto sia grata per averti al mio fianco. Sei la mia casa, la mia famiglia, il mio rifugio e non potrei pensare a una vita senza di te. Grazie di esserci, sempre. Spero che oggi questa piccola festa che abbiamo organizzato ti renda felice, perchè vedere il tuo sorriso mi riempe di gioia

brian


focaccia
focaccia
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feta sott'olio
crostata di prugne
crostata di prugne


DAY 30 - BOKEH

day 20 - bokeh

martedì 2 marzo 2010

Sicilia Mon Amour

I miei genitori hanno sempre amato fare le ferie fuori stagione, più precisamente visitare d’inverno, luoghi solitamente presenti nell’immaginario collettivo come località di vacanze estive e d’estate andare al nord o in località “fresche”. Per questo la prima volta che approdammo in Sicilia, fu durante le vacanze di Natale. Negli anni successivi grazie al tennis, agli amici e alla vita sono tornato tante volte nella regione più bella d’Italia, ma nonostante abbia ricordi stupendi delle vacanze di sport nel limoneto di Giardini per me la Sicilia rimarrà sempre quella dell’inverno 1993. La prima volta che vidi l’Etna, innevato, come sfondo di scena del Teatro Greco di Taormina, il mio primo vero cannolo, gli arancini…la pasta alla Norma, Siracusa e il barocco di Noto. Una meraviglia, tutta per noi, neanche un turista. Gli ultimi giorni del nostro viaggio decidemmo, visto il tempo primaverile, di andare a Lipari per fare un giro delle Isole. Appena arrivati il tempo cambiò, si alzò un vento fortissimo (non è un caso se si chiamano Eolie), che ci bloccò sull’isola per tre giorni perché i traghetti non potevano più navigare. I miei naturalmente erano piuttosto agitati, eravamo alla fine del viaggio, dovevamo tornare a Bologna e loro rientrare al lavoro….ma il vento sembrava non calare. Io, invece, assaporai una sensazione unica e irripetibile, quella di essere bloccati su un’isola alla fine del xx secolo. Per le vacanze la prof di Lettere ci aveva dato come compito, tra gli altri, la lettura dell’Iliade. Io la lessi quasi tutta in quei tre giorni, pieni di vento tra Lipari e Vulcano. Ancora adesso se qualcuno nomina Achille o Patroclo, io penso al molo ventoso di Lipari e alle onde schiumose che si schiantavano sui frangiflutti. E’ stato strano e bellissimo, perché quella volta, al contrario di molte altre, sapevo di vivere un momento irripetibile. Alla fine il vento e il mare si calmarono e noi riuscimmo a ripartire, ma per un po’(probabilmente a causa delle mie letture) sembrò che qualcuno volesse tenerci lì, come gli Dei dispettosi dell’epos omerico.

Ieri Fra mi ha cucinato una pasta buonissima che unisce terra e mare, come tanti piatti poveri ed eccezionali del nostro Mediterraneo. Penso che un piatto sia veramente buono quando ci porta ai ricordi di momenti piacevoli o addirittura unici. Io ieri per un po’ sono tornato a Lipari nel 1993

PASTA CON PAN GRATTATO AL RAGÙ DI POLIPO E CAVOLO ROMANO

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Questo piatto nasce dal ricordo di alcune vacanze siciliane. Il profumo di quella terra, i suoi prodotti, la sua cultura mi hanno da subito fatto innamorare. In questo peridio dove le giornate cominciano ad allungarsi e nell'aria c'è già quel sentore inconfondibile di primavera la voglia di riassaporare i gusti di quella regione si fa sempre più insistente. Spero che questi cannolicchi vi invitino ad altri e golosi abbinamenti ;) Fra

Ingredienti per due persone: 130 gr di cannolicchi di Gragnano/i fiori di mezzo cavolo romano cotto al vapore (potete anche usare dei broccoli)/ 100 gr di pan grattato/ 180 gr di ragù' di polipo (io ne avevo una confezione già pronta ma potete sostituirlo con delle sarde/ mezzo bicchiere di vino bianco/ olio e peperoncino qb

In un pentola di acqua bollente e salata cuocete i cannolicchi. Nel frattempo preparate il sugo. In un padellino tostate il pan grattato con circa 3 cucchiai di olio. In un'altra padella scaldate un paio di cucchiai di olio extra vergine di oliva e unitevi il ragù di polipo (o le sarde dopo averle lavate e private della testa, della lisca centrale e delle interiora). Unite il cavolo, precedentemente cotto al vapore. Sfumate con il vino, alzando la fiamma al massimo. Salate e condite a piacere con il peperoncino. Scolate la pasta al dente e fatela saltare nel condimento di polipo e cavolo e infine aggiungete il pan grattato tostato. Condite con un filo di olio extra vergine.

sabato 20 febbraio 2010

Un grissino per S. Donato

Qualche giorno fa, prendendo appuntamento per una visita medica presso uno studio dove non ero mai stato, la segretaria mi ha detto “Lo studio si trova in Via Casciarolo, è un po’ difficile da trovare, adesso le spiego…” “No non ce ne è bisogno” l’ho interrotta io, “Conosco la zona…abitavo lì una volta…” Ieri sono arrivato molto in anticipo rispetto all’appuntamento, era una bellissima giornata e mi sono messo a camminare in quell’angolo del quartiere dove ho passato tutta la mia infanzia. La strada dove si trova lo studio medico è proprio dietro al palazzo dove abitavo. Venticinque anni fa al di là di quella stradina c’era un grandissimo campo incolto, regno incontrastato di topi e insetti. Adesso hanno costruito un supermercato, svariati palazzi con garage e parcheggi, e un bel giardino. La strada è ormai soffocata tra il vecchio e il nuovo. Una stretta striscia d’asfalto con addirittura un dosso rallentatore all’altezza del supermercato. Un tempo non c’era neanche il cartello col nome della strada. Mi sono venute in mente le mattine d’inverno in cui mia madre, che doveva correre a scuola, mi vestiva come Messner, con la cuffia col pom-pom, che io odiavo, e mi caricava in fretta sulla 126 parcheggiata nella stradina tutte buche, per portarmi all’asilo. Poi l’asfaltarono e mio padre mi ci portava per imparare ad andare in bici senza rotelle, tanto non ci passava mai nessuno. Era la strada che facevo tutte le mattine per andare alle Elementari, con la mia amica d’infanzia. La strada che passava davanti al portone di un mio amico che adesso non c’è più. Lì, nelle sere di Luglio, si impacchettava la macchina per andare in campeggio in giro per l’Europa. Mi sono messo a guardare i campanelli. Molti cognomi non ci sono più, ne ho riconosciuti solo alcuni. Forse il quartiere è migliorato, di certo è diventato un dormitorio e un luogo di lavoro. Negli anni 80 c’erano molte famiglie, c’era anche tanta piccola criminalità e tanta droga. Comunque a me piaceva di più allora perché era più vero e mi è venuta una gran malinconia ripensando ad un’età felice e spensierata, al mio caschetto troppo lungo che mi faceva scambiare per una bambina, ai miei giovani genitori, ai miei amichetti e alle loro famiglie, ai mobili di Padre Marella in mezzo alla strada, agli anziani che non capivano il mio nome perché era “forestiero”.

Arrivato a casa, ho deciso di consolarmi preparando una cosa che mi piaceva tantissimo da bambino e che piace a tutti i bambini, i grissini. Era la prima volta che provavo a farli e secondo me sono venuti proprio bene. Sono simili ai Torinesi che spariscono subito quando si aspetta che ti vengano a prendere l’ordinazione in Trattoria, ma naturalmente più buoni e fragranti. Mentre ne assaggiavo uno mi sono venuti alla mente altri ricordi, quasi tutti belli, della mia gioventù in S.Donato.

GRISSINI CON PASTA MADRE

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(ricetta originale di birabira)

Ingredienti: 250 gr di farina 00/105 gr di acqua/ 75 gr di pasta madre/25r g di olio/ mezzo cucchiaino di malto/ mezzo cucchiaino di sale/ semola per spolverare

Impastate gli ingredienti, facendo attenzione a non far entrare in contatto il sale col lievito, fino a ottenere un impasto liscio, elastico e non appiccicoso. Impastate per almeno dieci minuti, battendo la pasta con le mani durante il procedimento. A impasto avvenuto, formate un filone lungo e stretto dalla forma più' regolare possibile e adagiatelo su una placca da forno rivestita con carta da forno e spolverata di semola. A questo punto, spennellare il filone d'olio (anche sui lati) e spolverarlo nuovamente con la semola. Fate lievitare il filone, coperto con un foglio di pellicola per alimenti e uno strofinaccio di cotone o una copertina di lana, al riparo dalle correnti d'aria (io lo tengo nel forno spento con la luce di cortesia accesa) per circa 6 ore. Trascorse questo tempo o fino a che non si è raggiunti il raddoppio dell'impasto, accendete il forno a 200°.
Riprendere l'impasto e tagliare dei bastoncini (dal lato corto del filone) dello grandezza di circa un centimetro e allungarli fino alla lunghezza della teglia che li conterrà' per la cottura. Se vengono più' lunghi, tagliare l'eccedenza e cuocerla così com'è, perché non si può rimpastare. Disponeteli distanziati nella teglia, rivestita un nuovo foglio di carta forno e infornateli subito. Cuocete i grissini per circa 18-20 minuti (devono risultare dorati).

venerdì 12 febbraio 2010

La sincerità del pane

Eccomi qui, alla fine la weazel è stata convinta a scrivere il suo primo post. A Bologna continua a nevicare, a volte smette e dopo alcune ore comincia a cadere una pioggia gelida. Il sole si è fatto vivo solo Sabato ed è sempre freddissimo. La corsa all’aria aperta è quindi sospesa e sono obbligato ad allenarmi in palestra, come un criceto alienato. E’ un periodo brutto. Proprio brutto. Ovunque mi volti non c’è nulla di cui essere allegri. I giovani sono trattati malissimo e devono accettare di tutto per lavorare, molti genitori di miei amici, alla soglia della pensione, sono in cassa integrazione, la mia città non ha più un Sindaco e sarà commissariata per un anno, i nostri governanti continuano a sollazzarsi con i nostri soldi. Grigio il cielo, grigio l’umore, grigio il futuro della mia città e del mio Paese. Così, per non assecondare questa spirale depressiva sono tornato, dopo una latitanza di qualche anno, alla mia grande passione per la cucina. Al contrario di Fra, che ama sperimentare cose nuove, accettare le sfide di piatti e tecniche difficili, io sono un tradizionalista. La cucina è sempre stato un rifugio, un modo per esprimere il mio amore per le persone importanti. Secondo me non è un caso che i miei cavalli di battaglia siano preparazioni lunghe, dove ci vuole pazienza, attenzione, cura. Il ragù, i risotti, il brodo…sono cose semplici da cucinare ma ci vuole grande dedizione per farli eccellenti. Da quando in casa c’è il lievito madre ho scoperto che si può applicare lo stesso concetto al pane. Il pane è la cosa più povera e più vera che ci sia. Se ti prendi cura del tuo impasto, se sei paziente e rispetti i tempi di lievitazione, se lo osservi mentre è nel forno perché non si bruci, lui sarà buonissimo e sincero. E allora ho adottato il “blobbino” e sono diventato il panettiere di casa. Impasto. Aspetto. Impasto di nuovo. Aspetto. Faccio le forme, le pieghe. Aspetto. Scaldo il forno. Aspetto. Cuocio il pane. Alla fine lo tiro fuori, l’odore ha invaso la casa, il colore è perfetto. Mi sento meno triste, meno grigio, con un po’ più di speranza. Non sempre si aspetta invano.


PANE DEL RINFRESCO

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Procedimento

Fate un primo rinfresco unendo 300 gr di pasta madre a 300 gr di farina (di cui 200 gr di farina 00 e 100 gr di Manitoba) e 150 ml di acqua a temperatura ambiente.
Impastate fino ad avere un composto omogeneo che andrà fatto lievitare per circa 3 ore
Procedete poi a un nuovo rinfresco dell’ impasto ottenuto (saranno circa 700 gr di pasta) con altrettanta farina 00 e metà peso di acqua (circa 325 ml)
Passate l'impasto su una spianatoia infarinata e dategli la forma che preferite ( io ho ricavato due filoncini). Rivestite una leccarda con carta forno, cospargetela con un po’ di farina di grano duro e adagiatevi sopra le pagnotte. Fate lievitare per altre 5 ore circa o comunque fino al raddoppio. Infornate a forno preriscaldato a 200° per 10 min, poi abbassate a 180° e proseguite la cottura per altri 15 min circa. Dopo questo tempo estraete rapidamente la teglia dal forno, sostituendola con la griglia e rimettete dentro il pane (questo serve a non farlo bruciare sotto). A questo punto calcolate altri 15 min di cui gli ultimi 5 col grill per farlo colorare ( le pagnotte dovranno apparire leggermente dorate e se picchiettate bussare a vuoto). I tempi sono indicativi e variano da forno a forno.

Le proporzioni degli ingredienti sono sempre le stesse: 300 gr del peso di pasta madre, 300 gr del peso di farina, 150 ml di acqua

lunedì 26 ottobre 2009

La lunga marcia

Ieri mentre io andavo a zonzo per la magica Venezia, la weazel correva la sua quarta maratona...I'M VERY PROUD OF YOU



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E questa è la colazione del campioncino, quindi è anche un po' merito mio questo risultato ;D



MUFFIN MANDORLE E NOCCIOLE CON CREMA DI CASTAGNE



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Ingredienti per 12 muffin: 255 gr di farina ai cinque cereali/ 1 bustina di lievito per dolci/ una presa di sale/ 130 gr di zucchero di canna/ 1 uovo/ 260 ml di latte/ 85 gr di burro fuso e raffreddato/ 100 gr di mandorle tritate fini/ 70 gr di nocciole spellate tritate fini


Ingredienti per la crema di castagne al rum e liquore di mandorla: 1 chilo di castagne/ 700 gr di zucchero/ una tazzina da caffè di rum e una di liquore alla mandorla


Preparazione della crema: Lavate sotto l'acqua corrente le castagne, incidetene la buccia con un coltellino affilato e mettetele nella pentola a pressione. Ricopritele abbondantemente con acqua e cuocete per 40 minuti dal fischio. Scolatele e mettetele all'interno di uno strofinaccio di cotone fino a che sono tiepide. Sbucciatele, togliendo anche la pellicina interna e raccogliete la polpa in una ciotola. Versate la polpa in una pentola dal fondo spesso, unite lo zucchero e i liquori e fate cuocere a fuoco dolce fino a che il tutto non ha assunto l'aspetto di una crema (per renderla ancora più liscia potete frullare il composto con un frullatore a immersione). Questa crema si può conservare come un marmellata qualsiasi in barattoli di vetro sterilizzati


Preparazione dei muffin: Mettete tutti gli ingredienti secchi in una ciotola capiente e mescolateli con una forchetta in modo da amalgamarli. In un'altra ciotola versate il latte, il burro fuso e l'uovo, sbatteteli leggermente e versateli sopra agli ingredienti secchi. Mescolate con una spatola affinché gli ingredienti si amalgamino (non devono vedersi tracce di farina).

Imburrate gli stampi per muffin e in ciascuno versate una cucchiaiata di impasto. Con un cucchiaino mettete al centro di ogni muffin una noce di crema di castagne e ricoprite con l'impasto rimanente. Cuocete a 170° in forno già caldo e ventilato per circa 20-25 minuti



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E con questi muffin davvero molto energetici partecipo alla raccolta di Mara



mercoledì 29 luglio 2009

With Love

Luglio è un mese pieno di ricorrenze. Tanti miei amici compiono gli anni, ma soprattutto c'è da festeggiare il compleanno della weazel e il nostro anniversario. Quasi sempre cerchiamo di far coincidere questi due giorni speciali alle nostre vacanze per avere ogni anno un ricordo particolare e sempre diverso che li renda indimenticabili. Però in questo modo non riesco mai a preparare una cenetta speciale. Così ieri sera per addolcire il rientro dalle ferie e prendere di nuovo dimestichezza con la cucina ho preparato una semplice torta. Un dolce delicatamente profumato, arricchito dalla naturale dolcezza della frutta, ideale per iniziare la giornata o per una pausa pomeridiana. Dedicata alla persona che rende speciali tutti i giorni della mia vita, che sopporta le mie paturnie e che mi tiene a galla quando rischio di affogare.

QUATTRO QUARTI ALLE ALBICOCCHE E FIORI DI ROSMARINO

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Ingredienti: 175 gr di uova (3 uova)/ 175 gr di farina di riso/ 175 gr di burro/ 175 gr di zucchero/ 2 cucchiai di fiori di rosmarino macinati/ 3 albicocche

Fondete il burro e lasciatelo intiepidire (io lo faccio in forno a microonde). Preriscaldate il forno a 180°. In una ciotola sbattete i tuorli con lo zucchero fino a che diventano chiari e spumosi. Aggiungete alternativamente e a più riprese la farina e il burro fuso, continuando a mescolare gli ingredienti. Unite i fiori di rosmarino e mescolate bene per distribuirli uniformemente nell'impasto. Montate a neve ferma gli albumi e aggiungetene un terzo all'impasto. Mescolate velocemente per ammorbidirlo e poi aggiungete a più riprese gli albumi montati incorporandoli dal basso verso l'alto per non smontarli. Lavate le albicocche. tagliatele in quattro spicchi e poi a fettine sottili. Versate l'impasto in uno stampo di 18 cm di diametro, precedentemente imburrato e infarinato. Distribuite le fettine di albicocca a raggiera affondandole delicatamente nell'impasto. Infornate e dopo circa mezz'ora abbassate la temperatura a 160°. Cuocete per altri 30 min o fino a che infilando uno stecchino nel dolce non uscirà asciutto.


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martedì 17 marzo 2009

San Patrick's Day

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Questo racconto è opera della Weazel, perchè in realtà è lui lo scrittore della famiglia:

Molti secoli fa, in un luogo dimenticato dell’Europa, lontano mesi di cammino dal centro della civiltà, viveva un ragazzo di 16 anni. Il suo nome era Maewyin, il figlio di Calphurnius, un nobile romano. Durante un saccheggio, in una notte di tempesta, venne rapito dai pirati e portato via per mare. I pirati erano rozzi, diversi dalla sua gente, con barbe rosse lunghe e incolte e strane trecce in cui erano raccolti i capelli incrostati del sale dell’Oceano. Lo misero in catene, ma non lo maltrattarono. All’alba del terzo giorno di navigazione la barca trovò approdo e quando venne portato sul ponte il bagliore del sole d’oriente riflesso nel verde dell’erba per poco non lo accecò. Non aveva mai visto niente di simile, prati verdi come smeraldi, foreste, spiagge sovrastate da scogliere strapiombanti…Al porto c’era un mercato e tutti avevano i capelli rossi e lunghi. Cominciava a credere di essere in un sogno. Entro mezzogiorno, però, venne venduto come schiavo al re del North Dal Riada. La corte, in verità, era più modesta di casa sua e lui era di gran lunga la persona più raffinata che vi avesse mai messo piede. In breve divenne lo schiavo preferito del re, e per i sei anni successivi imparò la loro lingua e visse nella loro cultura. Sembravano rozzi e rudi. Sembravano scontrosi e burberi. Sembrava che la loro terra fosse dura e inospitale. Ma non era così…Il loro rispetto per le tradizioni e per la natura, che veneravano sopra ogni altra cosa, era assoluto. Per loro la parola data era più importante della vita stessa e il sorriso di ogni bambino valeva più dell’oro. Dopo mesi di pioggia, quando il sole faceva capolino e squarciava le nubi, le colline rilucevano di verde e ci si poteva ubriacare di vento e di colori, del profumo dell’erica e della salsedine. E poi amavano la musica e ogni occasione era buona per fare festa intorno a un fuoco, per cantare e ballare tutti insieme. A 22 anni Maewyin sentì il desiderio di rivedere la sua famiglia e scappò. Ma non dimenticò mai il popolo e la terra che la vita gli aveva fatto conoscere. Negli anni successivi venne conosciuto col suo nome romano, Patrizio, e scalò rapidamente, come già avevano fatto i suoi fratelli, i ranghi della Cristianità. Il Papa stesso, infine, gli diede l’incarico di tornare nella verde isola che lo aveva visto prigioniero per portare ai Celti la parola di Cristo. Lui andò, ma fece le cose a suo modo. L’amore dei Celti per la famiglia, la natura e le cose belle della vita lui li conosceva bene. E allora mescolò Gesù agli Dei pagani, che anche lui aveva venerato, unì la croce al simbolo del sole, dando vita alla croce celtica, spiegò la Trinità al popolo raccogliendo un trifoglio e mostrando le tre foglioline unite da un unico stelo. Morì molto vecchio, in quella che era diventata la sua Irlanda, alla vigilia dello schianto dell’Impero Romano.
Nei secoli successivi l’Irlanda divenne, e ancora oggi è, uno dei Paesi più fortemente cattolici del mondo. Invasioni, pestilenze, guerre civili e una povertà inimmaginabile non riuscirono mai a cambiare lo spirito di questo popolo e il principale merito fu di San Patrizio che non cercò di cancellare dalla loro cultura la magia dei Celti, che aveva stregato anche lui. Per questo, oggi, gli Irlandesi, emigrati in tutto il mondo come noi Italiani, festeggeranno il loro Santo Patrono nel modo più pagano possibile con canti e balli, falò e terribili ubriacature a cui si unirà anche chi Irlandese non è.

« Sia la strada al tuo fianco, il vento sempre alle tue spalle, che il sole splenda caldo sul tuo viso, e la pioggia cada dolce nei campi attorno e, finché non ci incontreremo di nuovo, Iddio ti protegga nel palmo della sua mano »

( Benedizione del viaggiatore Irlandese, San Patrizio)

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SCONES ALL'ANICE E UVETTA

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(ricetta originale di cavoletto)

Ingredienti per circa 15 scones: 500 gr di farina/ 300 ml di latte/ 160 gr di uvetta/ 110 gr di burro/ una bustina di lievito per dolci/ 4 cucchiai di zucchero/ 2 cucchiaini di sale/ 1 uovo/ 2 cucchiai di semi di anice

In un pentolino portate a bollore il latte con i semi di anice, poi lasciate in infusione fino al completo raffreddamento. Nel frattempo setacciate la farina e il lievito, unite lo zucchero e il sale e mescolate. Aggiungete il burro morbido a fiocchetti e, con la punta delle dita, lavorate il composto fino a che tutti gli ingredienti siano ben amalgamati (deve risultare un composto granuloso). Aggiungete l’uvetta e mescolate bene. Filtrate il latte aromatizzato all'anice e versatelo sugli ingredienti secchi, mescolando con una forchetta. Lavorate rapidamente l’impasto con le mani. Deve risultare morbido ma non colloso (se è necessario aggiungete un po' di farina). Su una spianatoia leggermente infarinata, stendete l’impasto a 3 cm di spessore e, con un coppapasta di 5cm, ritagliate gli scones. Disponeteli su una teglia rivestita con carta da forno, lasciando un po' di spazio fra l'uno e l'altro. Sbattete l’uovo con un cucchiaio d'acqua e spenellatelo sulla superficie degli scones. Infornate a 200°C in forno già caldo per 15-20 minuti (devono diventare leggermente dorati). Sfornateli e lasciateli intiepidire su una griglia.

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BUON SAN PATRIZIO!!!

mercoledì 28 gennaio 2009

My Love, My Weazel

Io avevo quindici anni, ero cicciotta e portavo felpe di tre taglie più grandi. Lui di anni ne aveva diciannove, era atletico e la sua Ralph Lauren era sempre inappuntabile.
Io avevo i capelli a spazzola, perennemente scarmigliati. Lui sfoggiava un taglio classico con riga da una parte stile lord inglese.
Io ero timida, parlavo poco e sorridevo molto. Lui era estroverso e logorroico.
Io ascoltavo i Take That e Battisti. Lui parlava di rock, punk e di gruppi che non avevo mai sentito nominare.
Io leggevo tantissimo, di tutto. Lui se non erano classici neanche gli apriva.
Io facevo lo scientifico, ma amavo filosofia e storia. Lui faceva il classico e per me era un genio.
Lui mi prendeva in giro e io lo odiavo con ogni cellula del mio corpo.
Lui mi aveva rubato il cuore e lo sapeva.
Sono cambiate tantissime cose in questi anni. Siamo cresciuti assieme e quel rapporto che a me sembrava così fragile e incerto è diventato un diamante, fulgido e indistruttibile. Lui mi protegge e mi guida, io spero di ricambiarlo anche solo con un decimo dell'amore che mi dedica.

E stato lui a cucinare la nostra prima cenetta. E' sempre stato bravo ai fornelli. Peccato che io quella sera avessi un raffreddore coi fiocchi e oltre a non sentire alcun sapore, in un accesso di risa mi vidi costretta a sputare un'intera polpetta nel tovagliolo. Bianco.
Ieri sera, invece, le abbiamo cucinate assieme. Per fortuna, questa volta, nessun incidente di percorso.

POLPETTE AL SUGO

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Ingredienti per le polpette: 500g di macinato misto (vitello e suino)/ 2 uova/ 150g di parmigiano/ pane grattugiato qb/ sale, pepe e noce moscata

Mescolate tutti gli ingredienti fino a che non siano ben amalgamati fra loro. Formate delle polpette abbastanza grandi e passatele in un po' di farina. Riponete in frigo. Nel frattempo sminuzzate sottilmente mezza cipolla e fatela soffriggere nell'olio. Utilizzate una padella abbastanza grande da contenere tutte le polpette. Quando la cipolla è imbiondita aggiungete le polpette e cuocete per circa 10 minuti, fino a che la carne non forma una sottile crosta. A questo punto sfumate con un bicchiere di vino bianco. Quando l'alcol è evaporato unite la passata di pomodoro e del rosmarino, coprite e lasciate cuocere a fiamma dolce per almeno mezz'ora.

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E con questa ricetta partecipo alla raccolta di Elga "La tua prima cenetta per lui"

mercoledì 19 marzo 2008

Tutti podisti

Alla weazel, è risaputo da tutti coloro che ne posseggono una, piace correre. A tutte le weazel piace sgambettare all'aria aperta, anche se una forma aerodinamica non ce l'hanno proprio. La mia in questo momento sta preparando la sua terza maratona con ambizioni piuttosto elevate (la barriera della 3 ore e 08), così da quando è venuto un po più caldino la si vede vestirsi in modo imbarazzante per una weazel di sesso maschile e adulta e partire sfidando il traffico cittadino.
Questa mattina però la sua convinzione atletica è stata fortemente messa alla prova da un paio di incontri inaspettati. Dopo pochi minuti di corsa la weazel è stata infatti affiancata da un un umarell in bici (per chi non fosse di Bologna e non sapesse cosa sono gli umarell consiglio la visita di questo sito)

Umarell: Bhe che fai corri?

Weazel: Bhe sì (traduzione del weazel-pensiero...no faccio i campionati di surf giù per via Carracci)

Questo piccolo infinitesimale segno di confidenza ha fatto sì che per i successivi 3 km l'umarell inseguisse la povera weazel raccontandogli tutti i minimi particolari della sua trascorsa e gloriosa carriera podistica che tra le altre cose lo vedeva correre la sua prima gara, nonchè prima maratona, in 3 ore e 08 e chiudere la 100 km del Passatore in 9 ore.. Umiliata nell'intimo la weazel ha proseguito l'allenamento sentendosi un criceto rotolante piuttosto che un fulmineo ghepardo. Con i chilometri tuttavia l'autostima è ritornata a far capolino... in fondo non ci sono prove di ciò che l'umarell ha affermato (si sa che gli umarell tendono un po' a esagerare le dimensioni delle loro imprese) e poi chissenefrega l'importante è il gesto atletico, la sensazione di libertà...Ma al 13° km ogni briciolo di autostima è stato spazzato via. A parco Angeletti un bambino marocchino, con mocassino, giacca e zainetto si è affiancato alla weazel, tenendo tranquillamente il suo passo

-Ciao, corri?

-Si'

-Anch'io quando ero in Marocco correvo...facevo i 5000. Ero bravino

E a questo punto nella piccola testolina della weazel sono comparsi pensieri impronunciabili, per la maggior parte legati alla figura di Erode.

-Ah però, ma oggi non hai scuola?

-Sì ma preferisco correre.

E dopo questa conversazione, indecisa se gettarsi in mezzo al traffico con la musichetta di Momenti di gloria come marcia funebre, la weazel è tornata a casa pensando a come sarebbe bello l'internamento coatto in ospizi e scuole.


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