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lunedì 18 luglio 2011

Day 17 - Tecnology

I love my PC

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Non potrei vivere senza...è l'oggetto tecnologico che più mi manca quando non sono a casa. Fortunatamente alcune cose si possono ancora catturare attraverso carta e penna

L'OCCHIO

Cominciai a interessarmi degli strani murales di O. durante i miei studi di architettura. Sui libri di testo le informazioni riguardanti quegli inquietanti affreschi erano parzialmente incompleti, ma la loro descrizione e le leggende che sembravano nacondersi dietro la loro creazione accesero ben presto la mia fantasia e curiosità. Ben presto cominciai a consultare qualsiasi testo parlasse della ormai disabitata cittadina di O. e degli artisti che ne avevano decorato i muri. Alcune leggende volevano far risalire la creazione di quegli antichi murales alla mano di un unico artista. Un folle visionario che si diceva fosse giunto a O. e in una sola notte avesse sconvolto non solo la sua architettura, ma anche la mente dei cittadini, inducendoli a un cruento suicidio di massa. Altri testi storici attribuivano alla moria che aveva colpito O. l'arrivo di una compagnia di artisti che oltre alla loro pittura aveva portato i germi di una terribile pestilenza. Altri racconti riportavano che la cittadina fosse stata colpita dalla punizione ultraterrena, in quanto la bellezza dei murales, realizzati dagli stessi abitanti, aveva sfidato quella divina.
Fatto sta che fossero secoli che O. fosse stata abbandonata a se stessa e alla propria personale rovina. Poche spedizioni erano state compiute per riportare alla luce la bellezza di quei capolavori, ma le dicerie che avvolgevano la storia di O. e la condizione disastrosa in cui erano stati trovati i dipinti aveva fatto perdere qualsiasi interesse nei confronti della cittadina. Questa indifferenza, però, non aveva fatto altro che accrescere il mio desiderio di ammirare personalmente quegli inquietanti dipinti. affittai così un piccolo appartamento nel centro abitato più vicino a O.
Durante la notte alla luce della candela studiavo i pochi testi che parlavano dei murale, mentre durante il giorno percorrevo i sentieri, invasi dalla vegetazione, che avrebbero dovuto condurre al villaggio. Fu durante una di queste perlustrazioni che, oltrepassando un basso crinale coperto di odorosa macchia mediterranea, vidi sotto di me spuntare le rovine di quella doveva essere stata O. .Mi incamminai aprendomi un varco fra le alte sterpaglie scoprendo quella che doveva essere stata la via principale. Ai lati, diroccate e cadenti, sorgevano i resti delle abitazioni, spuntand dal terreno come denti malati, l'intonaco ormai quasi completamente scrostato. Poi improvvisamente li vidi, come scene dantesche, comparire sugli edifici più interni e meglio conservati. Bocche spalancate in urli muti, volti disporti dalla paura e dall'odio e altre immagine che preferisco non descrivere su questo diario. Avanzai attraverso quello spettacolo in una sorta di trance, sopportando quella vista ripetendomi che erano solo creazioni di una qualche mente
disturbata. Riuscii a placare in parte i miei timori, cercando di apprezzare la maestria che aveva reso quei dipinti così vividi. Ma poi, come se un passaggio per gli inferi si fosse spalancato, davanti a me vidi quell'ultimo murales, dipinto su un grande portone di legno scuro. Un occhio malvagio, spalancato, mi fissava, vivo e mobile, scandagliava i recessi più profondi della mia anima. Sentivo la pelle bruciare e fronte farsi umida di sudore. Il mio corpo sembrava non rispingere all'istinto primordiale di fuggire da quel luogo maledetto. I miei occhi erano fissi e inchiodati a quel pozzo nero e oscuro in cui brillavano lampi di pura follia. Poi, come quando ci si sveglia da un incubo, trovai la forza di distogliere lo sguardo, di spezzare l'incantesimo che fino a quel momento mi aveva trattenuto in quel posto osceno. Corsi diperatamente e non mi voltai mai indietro fino a che non raggiunsi il mio appartamento, finalmente al sicuro, di nuovo in mezzo ad altri esseri umani. Per calmare i nervi, preparai un bagno caldo. Ma fu proprio allora, quando mi spogliai per immergermi nell'acqua ristoratrice che scoprii che l'orrore mi aveva seguito fino a lì. Riflesso nello specchio, al centro del torace, vidi tatuato nella pelle un occhio nero e malvagio, che mi osservava, deridendomi.

lunedì 8 marzo 2010

Foodies in Rome: una giornata da non dimenticare

Sabato è stata una giornata straordinaria. Grazie all'organizzazione di quatto incredibili food blogger Carolina Elisa, Giada, Juls, Sara, quaranta di questi folli appasionati di cibo e cucina si sono potuti incontrare a Roma per conoscersci e condividere alcune ore insieme, passeggiando per la capitale, chiacchierando e scherzando come vecchi amici. L'appuntamento è iniziato alla stazione Termini. Un piccolo gruppo riconoscibile da mestoli e cucchiai decorati da fiocchi rosa. Alcuni minuti per presentarci e riconoscerci fra vari aka e facce già viste e poi via, verso Pizzarium.

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Il locale è minuscolo, ma semplicemente irresistibile. Scaffali ripieni di farine speciali, teglie ricolme di pizze una più invogliante dell'altra. Il profumo che proviene dalla cucina è assolutamente invitante e Gabriele, il propietario ci coccola allestendo un piccolo banchetto di prelibatezze lungo la strada. Mi diverto a fotografare le varie portate, a gustare il sapore così particolare degli abbinamenti, a scambiare chiacchiere e scatti con gli altri ragazzi.

My creation

1. crostini all'olio 2. pizza con mortadella e puntarelle 3. supplì 4. pizza con coppa e crema di ceci al limone

La sensazione di trovarsi lì è davvero strana, un misto di terrore per la novità della cosa e la piacevole scoperta di sentirsi a proprio agio, fra amici.

La tappa successiva è Castroni. Qui non ci sono parole per descrivere la varietà di prodotti a disposizione per scatenare la fantasia culinaria. Mi aggiro fra gli scaffali rapita dall'odore di caffè e di spezie, cercando di comprare solo ciò che sono sicura di non poter trovare a Bologna. Ma la cosa più eccitante è parlare con gli altri partecipati a questo evento, scoprire tante piccole nuove cose su di loro, fare progetti per alcune interessantissime collaborazioni (qui devo ringraziare particolarmente Manuel e Jasmine per le loro eccezionali idee), avere conferme su quanto già avevo immaginato.

My creation

La giornata prosegue, una danza allegra fra un piccolo negozio di birre dove la weazel si è perso fra gli effluvi di luppolo e le spiegazioni accurate del propietario sulla provenienza e la produzione delle varie bottiglie e il negozio incantato di Peroni, dove fra stampi, cerchi di metallo e i più svariati articoli da cucina, il mio portafoglio è rimasto letteralmente prosciugato.

Che dire, alla fine si siamo incamminati nuovamente verso la stazione Termini, con la promessa di ripetere al più presto questa singolare e meravigliosa esperienza.

lunedì 23 novembre 2009

Mare

Arturo viveva sull'isola in una casa di assi bianche. Quando il vento proveniente da nord spirava sulla scura superficie del mare, increspandolo di onde spumeggianti, gli schizzi battevano come piccole dita sulla finestra della veranda. Arturo, allora, si sedeva sulla poltrona di vimini a fumare, mentre la Gatta gli si acciambellava in grembo. Il tè fumante leggermente corretto spandeva le sua volute balsamiche appannando i vetri.
Fuori le canne lacustri fischiavano la loro musica costante e atonale. Erano lunghi pomeriggi in cui la barca rimaneva al riparo, nella rimessa. Virgo, l'aveva chiamata, quella bagnarola scassata, pagata poco più che cento euro. Certo che la fatica spesa per rimetterla in sesto gli era costata molto di più. Ma durante i mesi spesi fra trucioli e vernici, pece e sartie, Arturo aveva iniziato ad amare ogni nodo dello scafo. Dipinta di azzurro e di bianco, l'aveva fatta, e in certe giornate quando il sole riverberava sul pelo dell'acqua gli sembrava quasi di stare cavalcando un gigantesco pesce.
Arturo aveva la pelle abbronzata, riarsa dai giorni passati in mare aperto, ma non era sempre stato così. Arturo era un broker, perennemente in giacca e cravatta, unghie curate, vacanze alle Maldive, macchine potenti e belle donne. Poi tutto, improvvisamente, era cambiato. Un investimento sbagliato, la crisi dei mercati e tutto ciò che aveva si era volatilizzato. Gli amici erano spariti, assieme al suo attico in centro, al porche e alle vacanze in luoghi esotici.
E così Arturo era emigrato, o meglio ritornato, all'isola dei suoi genitori. Quel luogo che aveva sentito raccontare migliaia di volte dalla voce di suo padre, mentre gli occhi gli si tingevano di una malinconia strana e profonda. Era tornata a quella vecchia casa ereditata alcuni anni prima e che non aveva mai visto. Triste, solo e profondamente arrabbiato con il mondo.
Ma il mare, si sa, è una medicina antichissima. Ti cattura l'anima parlando sottovoce. Ti strega con i suoi colori mutevoli, con il profumo del sale e della libertà. E poi c'erano le persone. Uomini e donne sempre indaffarati, ma mai troppo per negarti un sorriso o un caffè. Gente che amava la propria terra come qualcosa di vivo, custode della loro memoria e del loro sudore.
Arturo guardava il mare in attesa che la pioggia si calmasse. Ascoltava la vita scorrere, consapevole della sua esistenza. Presto sarebbe stato di nuovo in mare, fra le onde e l'immenso.

POLIPETTI MURATI

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(ricetta originale su kitchen qb)

Ingredienti: 1200 gr di polipetti (doppia fila di ventose)/ una scatola di pelati/ 1 cipolla/ 2 spicchi d'aglio/ 1 bicchiere di vino bianco/ olio evo qb/sale e peperoncino secco qb

In una pentola dal fondo spesso fate soffriggere con un po' d'olio la cipolla, tagliata sottile, e gli spicchio d'aglio spellati e interi. Bagnate con qualche cucchiaio di vino e aggiungete i pomodori pelati, salate e cuocete per 5 minuti. Unite i polipetti puliti e ben lavati e fate sfumare con il resto del vino a fiamma vivace. Unite il peperoncino, coprite e portate a cottura facendo stringere il sugo per un'ora e 30 circa sul fuoco più basso proteggendo la fiamma con uno spargifiamma. Durante la cottura non sollevate mai il coperchio (è per questo motivo che vengono chiamati murati). Quando i polipetti saranno cotti regolate di sale e servite con pane tostato.

giovedì 18 giugno 2009

Hot Hot Hot

Il seme descrive una perfetta parabola nell'aria che profuma di incenso e si deposita nella massa di riccioli biondi decorati di tulle bianco e roselline. Il sorriso di Piero si allarga mentre con aria innocente si guarda attorno per controllare che nessuno abbia notato i piccoli proiettili che da mezz'ora sputa fra i capelli di Carmela. Il suo sguardo si sofferma sulla mamma di Pino seduta alcuni banchi più indietro. Il caldo e le lacrime di commozione le hanno fatto sciogliere il trucco e ora sembra un gigantesco panda strizzato in un tubino verde marcio. Gli occhi estatici puntano Don Rosario che dal pulpito prosegue la sua accalorata omelia. Da dove si trova Piero gli può vedere la vena del collo ingrossarsi e pulsare sotto il collare.
Un rivoletto di sudore gli corre lungo la schiena, incollandogli la camicia alla pelle. Non vede l'ora che la funzione finisca per togliersi quella stupida cravatta che sembra decisa a strangolarlo. E poi la mamma gliel'ha promesso. Ieri sera mentre l'aiutava a eliminare tutti i semini dall'anguria lei gli ha detto che quello sarebbe stato il suo giorno e poteva chiedere tutto quello che voleva. Andare al mare, aveva risposto Piero, subito dopo la cerimonia. Lanciare il vestito elegante sul letto, infilarsi il costume, inforcare le bici e sfrecciare al mare per festeggiare sulla spiaggia con un mega pic-nic. In tasca i semi neri, lucidi e leggermente appiccicosi erano i monili che suggellavano quella promessa. Piero ne sfilò un altro se lo mise in bocca e con la precisione di un cecchino lo sputò addosso a Carmela.
Don Rosario intanto aveva finito di parlare. Stava scendendo dall'altare seguito dai chierichetti, tenendo fra le mani il calice e le ostie. Bene fra un po' tutto sarebbe finito, ancora qualche minuto e sarebbe stato libero di correre al mare e mentre con i suoi cugini si sarebbe tuffato fra le onde la mamma avrebbe disposto sotto l'ombrellone pizzette e torte salate. E poi avrebbe tirato fuori dal frigo portatile il dolce preferito di Piero, fresco e zuccherino e tutti insieme avrebbero gustato il

SORBETTO ALL'ANGURIA

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Ingredienti: 450 gr di anguria privata della scorza e di tutti i semi/ il succo di un limone/ 100 gr di zucchero/ la punta di un cucchiaino di semi di vaniglia/ un cucchiaio abbondante di gocce di cioccolato fondente

Raccogliete la polpa dell'anguria e il suo succo in una ciotola. Con un coltello riducetela in pezzi piuttosto piccoli. Unite il succo di limone, lo zucchero, la vaniglia e le gocce di cioccolato. Mescolate e versate il tutto nella gelatiera. Seguite il programma per sorbetti e gustatevi questa fresca delizia!

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domenica 3 maggio 2009

Finalmente Primavera!

C'era una volta in un verde e rigoglioso bosco un gruppo di piccoli amici. C'era Weazel la donnola, Mr Brown il Tasso, Misses Molly la Coniglietta e Grey l'anziano Gufo. I nostri piccoli amici avevano trascorso l'inverno al riparo, nel tronco della vecchia quercia. La sera, attorno al caminetto, mentre bevevano bollenti tazze di tè, sbocconcellando le provviste che avevano raccolto nei mesi precedenti, si raccontavano storie di spettri e di antiche maledizioni. Ma soprattutto amavano parlare della Primavera. Ricordando i giochi, le capriole sull'erba appena nata, morbida come un tappeto, le gare di corsa con le farfalle, i primi bagni nel ruscello, i nostri amici affrontavano il gelo dell'inverno, il grigiore del cielo e la neve che rendeva il paesaggio bianco e piatto.
I mesi passavano, ma giunta la fine d'aprile quando ormai il bianco manto avrebbe dovuto lasciar spazio alle margherite e ai denti di leone, i nostri amici si accorsero che l'inverno perdurava nel loro amato bosco, tenendo addormentata la natura attorno a loro. Sul momento pensarono che quella sbadata di Primavera non si fosse ancora destata dal suo lungo sonno, ma i giorni passavano e la neve continuava a cadere incessante.
"Andrò a raccogliere informazioni" si offrì Grey il saggio. E così dopo essersi calcato un colorato berretto di lana sulle folte sopracciglia, spiegò le ali e volò fuori dalla tana.
Dopo alcune ore, infreddolito e con il becco quasi assiderato, il vecchio gufo tornò.
"Le grandi aquile dicono che Primavera è tenuta prigioniera! Un potente mago la tiene rinchiusa nella sua torre sul Picco delle Anime" riferì agli amici
"Oh che sventura!" urlò Misses Molly, accasciandosi sulla poltrona "Le provviste sono quasi terminate e presto non avremo più nulla da mangiare"
"Bisogna assolutamente fare qualcosa" borbottò Mr Brown
"Non temete amici!" esclamò Weazel "andrò io a liberare Primavera da quell'orribile mago" e detto questo, prima che i suoi amici potessero fermarlo si lanciò fuori dalla tana e sparì nella tempesta
Il viaggio fu lungo e faticoso. Più volte Weazel fu sul punto di rinunciare. La neve cadeva densa, ricoprendo ogni cosa con il suo sordo biancore. Ma proprio quando ormai temeva che non sarebbe più arrivato a destinazione, un' ombra alta e nera si stagliò all'orizzonte, bucando la cortina dei fiocchi. "Ecco la torre del mago" pensò.
Silenzioso e agile Weazel, attraversò il ponte levatoio e si inerpicò velocemente sulle pareti dell'edificio, fino a raggiungere la finestra della stanza più in alto, dove un lucente splendore illuminava l'aria circostante. All'interno vide Primavera seduta su una sedia. Di fronte a lei, in pantaloncini hawaiani stravaccato su una seggiola a sdraio, c'era un uomo. Tutt'intorno piante e fiori crescevano rigogliosi, spandendo in ogni angolo il loro inebriante profumo.
Senza perdere ancora un istante Weazel sfondò il vetro della finestra e si avventò sul mago immobilizzandolo al suolo, pronto a colpirlo con i suo temibili denti.
"Presto Primavera scappa!" intimò Weazel "E tu vile essere puzzone preparati a conoscere la mia ira"
"No ti prego...risparmiami" piagnucolò il mago "io non volevo fare del male a Primavera. E'solo che sono ormai 100 anni che vivo da solo su questo Picco dimenticato. Solo e sempre al freddo. I reumatismi mi stanno uccidendo, e così avevo rapito Primavera per poter godere della sua compagnia e del suo splendente tepore"
Vedendo le lacrime salire agli occhi del povero mago Weazel provò un immensa pena e così prese una solenne decisione.
A scendere dal Picco delle Anime furono in tre: Primavera, Weazel e Dalamar il mago. A ogni loro passo, la neve si scioglieva e il gelo si tramutava in un lieve e profumato venticello.
Giunti alla Quercia i tre furono accolti da grida di giubilo e mentre Dalamar si faceva perdonare improvvisando strabilianti giochi di magia, Primavera ballava felice e a ogni piroetta dalla sua veste leggera comparivano fiori e raggi di luce che si diffusero per il bosco ponendo fine a quel lungo e gelido inverno

Piccola favola per salutare la primavera che sembra finalmente scoppiata (o almeno così dice la mia allergia ;D). E per festeggiare la fine di questo lungo week end di sole ecco per voi un dolce che solitamente si gusta al freddo, ma il cui ripieno profuma decisamente di sole. In realtà avrebbe dovuto aggiungersi alla raccolta di Pippi, ma io sono in ritardo come questa primavera e così glielo dedico e basta :D
E un grazie speciale anche a Morena che mi ha donato questo premio davvero molto lusinghiero, che a mia volta assegno ad Alex, Paoletta, Tinuccia, Babuska e Fiordilatte

STRUDEL ALLE FRAGOLE
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Ingredienti per la pasta: 240 gr di farina 00/ 2 uova/ 40 gr di burro fuso e raffreddato/ 60 ml di vino bianco

Impastate tutti gli ingredienti fino a ottenere un impasto morbido, elastico, ma non appiccicoso (se necessario aggiungete un po' di farina). Formate una palla, avvolgetela nella pellicola e lasciate riposare in un luogo fresco per almeno mezz'ora.
Ingredienti per la crema ai fiori d'arancio (ricetta originale dei Cuochi di Carta): 500ml di latte di mandorle/ 70 gr di zucchero/ 2 cucchiai di acqua di fiori d'arancio/ 3 cucchiai di amido di mais/ la punta di un cucchiaino di agar agar/
Stemperate l'amido di mais in un po' di latte di mandorla freddo. Portate il restante latte a bollore con lo zucchero e l'acqua di fiori d'arancio. Quando il latte bolle aggiungete l'amido di mais diluito e l'agar agar. Cuocete per circa 4 -5 minuti mescolando continuamente fino a che la crema non comincia a velare il cucchiaio. Togliete dal fuoco, trasferite la crema in una ciotola e lasciate raffreddare completamente

Composizione: Preriscaldate il forno a 180°. Lavate e tagliate a fettine 250 gr di fragole. Riducete a granella 50 gr di mandorle pelate e t ostate. Prendete la pasta e stendetela su un foglio di carta da forno il più sottile possibile cercando di dargli la forma di un rettangolo. Ritagliate i bordi in modo da avere un rettangolo (tenete da parte i resti della pasta). Cospargete la superficie della pasta con una manciata di pangrattato e con la granella di mandorle. Versate la crema raffreddata lasciando uno spazio di circa un centimetro dai bordi e infine distribuite la fragole. Incidete con un taglio diagonale di circa un centimetro gli angoli del rettangolo e risvoltate verso l'interno prima la pasta dei lati corti e poi quella di quelli lunghi. Aiutandovi con la carta da forno arrotolate lo strudel su se stesso e posizionate il punto di chiusura verso il basso. Con la pasta avanzata formate un rettangolo molto sottile grande quanto la superficie dello strudel. Spennellate lo strudel con un tuorlo d'uovo diluito in un goccio di latte e posiziona te sulla superficie il rettangolo di sfoglia. Spennellate anche questo e infornate per circa 35-40 minuti (lo strudel deve risultare dorato). Lasciate raffreddare e spolverizzate con lo zucchero a velo

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E su richiesta di Imma con questo dolce partecipo alla sua stupenda e golosissima raccolta "I dolci più buoni del mondo"

lunedì 27 aprile 2009

Un racconto e un muffin

E anche oggi è un giorno di pioggia. E allora come fare a rallegrare un po' questo aprile bigio e freddino. Bè, sedetevi comodi, ascoltate della bella musica e leggete il nostro racconto ;D...magari gustandovi un muffin e un buon tè!

Tutto è partito grazie a Luca e Sabrina. Il calamaio poi è passato di mano in mano fino a giungere qui. Questo è il mio piccolo contributo, spero vi piaccia.



"E quel sorriso racchiudeva tutti i sorrisi del mondo. Tutti i sorrisi delle donne che in quegli anni Eugenio aveva incontrato, amato e lasciato andare via. Pochi passi bastarono a colmare lo spazio che li divideva. Voleva stringerla fra le braccia, ripetere mille volte il suo nome per scolpirlo a fuoco nel suo cuore e sulle sue labbra. Voleva perdersi in quegli occhi profondi come l'universo, che promettevano finalmente riposo e pace.
"Alice che fai lì impalata dobbiamo andare!" la voce affilata dell'altra donna ruppe l'incanto. Il mondo perse improvvisamente i suoi vividi colori e Eugenio si sentì di nuovo vuoto in quella mattina di inizio aprile.
Alice però non sembrò dare peso alle parole dell'amica. Stava lì, dritta di fronte a lui, la testa leggermente inclinata verso la spalla sinistra.
"Eugenio, sei tu?"
"Sì Alice...io...scusa...non volevo farti del male...non so se la tua amica ti ha raccontato...è che mi sono distratto per qualche minuto...non vi avevo viste..." Le parole uscivano incerte, uno sconnesso balbettio che lo infastidì profondamente.
"Non ti preoccupare Eugenio, io sto bene. E poi questo incidente ci ha fatto rincontrare. Non ci vediamo da tantissimi anni, da quella vacanza in montagna..."
"Alice, dobbiamo andare, io ho bisogno di una doccia e tu di riposare!" Eugenio fulminò l'altra donna con uno sguardo, ma lei parve non accorgersene.
"Scusami Eugenio, devo proprio scappare. La mia amica ha ragione, è stata una notte molto lunga. Però chiamami, mi piacerebbe rincontrarti. Ecco il mio numero"
E un cartoncino rosato passò dalle mani di lei alle sue. Un ultimo sguardo e il taxi partì, lasciando Eugenio fermo sul ciglio della strada, un biglietto da visita tra le mani e due occhi blu che danzavano nel suo cuore.


Luce aprì gli occhi. Un raggio di sole polveroso tagliava la stanza a metà. Un'altra notte era scivolata via, uguale alle altre, vischiosa col suo carico di malinconia. Si alzò dalla piccola brandina che le infermiere le avevano gentilmente permesso di usare e ravviò i lunghi capelli ramati. Due profondi segni bluastri le contornavano gli occhi, risaltando sulla sua pelle chiara.
Era proprio durante le prime ore del mattino, pensando alla lunga ed estenuante giornata, che più le mancava Nathan. L'aveva conosciuto all'università. Entrambi studiavano geologia. Lui era brillante e spiritoso. Le era piaciuto subito.
Con la mente accarezzò il ricordo dei primi mesi di matrimonio, la complicità segreta e delicata che li aveva uniti ogni giorno di più. Rivide i suoi occhi dietro la montatura nera degli occhiali che si illuminavano alla notizia che sarebbe diventato papà. E la preoccupazione quando gli era stata affidata una ricerca in Perù. Ricordò tutte le lunghissime discussioni, i dubbi che l'avevano quasi spinto a rifiutare quell'irripetibile offerta. E lei che alla fine lo aveva convinto a partire, rassicurandolo che sarebbe tornato in tempo per vedere nascere il loro bimbo. Ma le cose erano andate diversamente. Il piccolo aveva avuto troppa fretta e ora lei si trovava sola sprofondata in un incubo di paura e incertezza.
Si passò le mani sugli occhi scacciando via le ultime ombre dalla sua mente. Quella sera lo avrebbe chiamato, sperando che il collegamento satellitare rimanesse attivo per più di pochi minuti. Ora doveva andare a vegliare il suo angelo, a sussurrargli di resistere, di lottare per la sua mamma e il suo papà. Per quella vita tremenda e meravigliosa."


E ora passo la penna a Onde99, so che saprà dare un tocco magico a questa storia

REGOLE
A chiunque riceva il calamaio è concessa massima libertà d'espressione. Che la sua fantasia possa dare un seguito a questa storia appena abbozzata.
Il testo dovrebbe restare entro le mille parole.
I personaggi non hanno un'età ed una personalità definita, abbiamo lasciato in bianco tutto quanto per non dare limiti alla fantasia. Sarete voi che delineerete i caratteri man mano che il racconto prenderà vita.
Una volta scritta la propria parte, l'autore/autrice dovrà passare il calamaio a sua libera ed esclusiva scelta ad un'altra persona e così via via, lasciando che il racconto prosegua il suo corso.Bisogna esporre il banner e fare il link in modo tale che chi riceve il calamaio possa leggere la storia fin dall'inizio , nonchè il regolamento.Alla fine del gioco , il nostro , il vostro racconto verrà raccolto in un pdf.


Ed ecco a voi il muffin promesso

MUFFIN DI CAROTE CON CRUMBLE

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Ingredienti per 10-12 muffin: 250gr di farina di riso/ 50 gr di farina integrale/ 1 bustina di lievito per dolci/2 cucchiai di cannella in polvere/ un pizzico di sale/ 4 uova/ 160ml di olio di semi di girasole/ 180gr di zucchero di canna/ 220 gr di carote grattuggiate fini/ 100gr di arance caramellate*/150 gr di uvetta/ 3 cucchiai di sciroppo all'arancia*
topping: 50gr di burro tagliato in piccoli pezzi/75 gr difarina di grano saraceno/25 gr di zucchero di canna/ 50gr di fiocchi d'avena/50gr di semi di papavero/ 1 cucchiaio d'acqua/1 cucchiaio di olio di semi di girasole/ 1 cucchiaio di miele

1. Iniziate preparando il crumble. In una ciotola mischiate il burro, la farina di grano saraceno e lo zucchero. Lavorate il composto con la punta delle dita fino a che il burro non è ben incorporato e l'impasto non abbia assunto l'aspetto di grosse briciole. Unite i fiocchi d'avena e i semi di papaver, poi l'acqua, l'olio e il miele. Amalgamate il tutto fino a ottenere un composto umido e sabbioso. Tenete da parte

2. Preriscaldate il forno a 170° e imburrate lo stampo per muffin

3. Setacciate la farina, il lievito, la cannella e il sale. In un ciotola capiente mescolate le uova, l'olio, lo zucchero, le carote, le arance candite tagliate in piccoli dadini e l'uvetta. Unite il composto asciutto a quello liquido e mescolate quel tanto che basta a amalgamare gli ingredienti (non troppo a lungo se no i muffin risulteranno troppo duri). Suddividete l'impasto negli stampi e ricopritelo con il crumble. Cuocete per circa 30-35 minuti (vale la prova stecchino)

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*la ricetta delle arance caramellate e dello sciroppo seguiranno a breve ;D

lunedì 16 marzo 2009

Profumo di Pane

Fa caldo al paese. Il sole d'agosto incendia le pietre delle case, arroventa l'acciottolato delle strade. Lei scosta una ciocca nera dalla fronte. Goccioline di sudore le evaporano lungo la schiena mentre nella penombra della cucina impasta il pane. I bambini sono fuori, al fiume, a giocare. E lei ha cominciato la sua danza personale. Le dita si muovono veloci, sicure. Pizzicano, tirano, affondano, instancabili. Sbuffi di semola le truccano il viso abbronzato, come quelle bambole che aveva visto a Napoli in viaggio di nozze. I movimenti si fanno più lenti, la prima pagnotta è pronta. Un soffice cuscino inciso a croce, amorevolmente posto sotto al panno di lana. Ora tocca al pane per la vicina. L'uso del forno in cambio di un pezzo di croccante paradiso. La danza riprende, una lama di luce polverosa illumina il tavolo, le mani volteggiano, ballerine sul palcoscenico.
Il lavoro è finito. Le pagnotte sono state riposte nel cesto. Lei si guarda nel piccolo specchio dell'ingresso. Le decorazioni in ferro battuto incorniciano il volto fiero, il naso dritto, gli occhi grandi e neri. Lei si avvolge il fazzoletto attorno al capo, i ricci spariscono sotto la stoffa a fiori. Poi esce nel vento caldo che le avvolge le gambe nude come calze di seta, la cesta sotto il braccio. Ci sarà tempo per un caffè e qualche chiacchiera, pensa avviandosi su per le stradine strette e roventi. Nell'aria profumo di fichi d'india, di polvere, di estate a cui presto si unirà quello del pane appena cotto

PANE INTEGRALE

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Ingredienti: 500 gr di farina integrale/ 250 gr di manitoba/ 150 di pasta madre/ 50 gr di fiocchi d'avena/ 200 gr di latte/ 200 gr di acqua/ 2 cucchiai di olio

Mettete a bagno la pasta madre in 150 gr di acqua a temperatura ambiente e aggiungete un cucchiaino di zucchero. Lasciate in ammollo per circa 20 minuti. Trascorso questo tempo, unite in una ciotola, la pasta madre con l'acqua d'ammollo, i restanti 50 gr di acqua, il latte e le due farine. Mescolate con una forchetta per amalgamare gli ingredienti, quindi unite i fiocchi d'avena e l'olio. Impastate per qualche minuto, poi trasferite su di un piano di lavoro leggermente infarinato e continuate a lavorare la pasta per circa 15 minuti, fino a quando l'impasto non risulta sodo ed elastico. Formate una palla e mettetela a lievitare per 4/6 ore dentro a una ciotola coperta con un panno (l'impasto deve raddoppiare). A questo punto prendete l'impasto, sgonfiatelo e dividetelo in due parti. Lavoratele brevemente e poi fate per entrambe le pagnotte le pieghe del secondo tipo, belle strette e per due volte consecutive. Lasciate riposare per 40 minuti. A questo punto sgonfiate nuovamente l'impasto e formate i filoncini (io stendo solitamente l'impasto con le dita fino a formare un rettangolo che poi arrotolo sul lato corto). Incidete la superficie con la punta di un coltello, riponete su una teglia rivestita di carta forno e lasciate lievitare nuovamente, coperti da un panno per altre due ore. Riscaldate a 200° il forno (non ventilato) e trascorse le due ore infornate i filoncini. Dopo 10 minuti abbassate la temperatura a 180° e cuocete per altri trenta minuti.

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Questo pane è molto fragrante. Ideale da mangiare a colazione con burro e marmellata o da accompagnare con burro salato e salmone

BUON LUNEDI' A TUTTI

mercoledì 14 gennaio 2009

Krueger

C'era una volta in uno sperduto paesino sui monti Carpazi un giovane vampiretto. Il suo nome era Krueger e viveva assieme alla sua famiglia in una grande grotta al limitare del villaggio. Abitavano lì da secoli, felici di quel luogo isolato e selvaggio.
Krueger amava la sua strana e numerosa famiglia. C'era lo zio Victor, alto e sottile come un salice. La faccia pallida come la neve appena caduta e due occhi intensi e vigili. Grande studioso aveva collezionato una quantità inimmaginabile di libri, che studiava per lunghe ore seduto alla scrivania. Poi c'era zia Georgette, piccola e paffuta. Un sorriso eternamente dipinto sulle labbra. I nonni Kamilla e Stelian, due adorabili e arzilli vecchietti, i suoi genitori Radu e Stela e infine i suoi fratelli maggiori Dimitrie e Dragoi. Vivevano tutti insieme, cacciando gli animali della foresta e quando il freddo ghiacciava ogni cosa e le prede se ne stavano ben rintanate nelle loro tane salassavano qualche mucca del villaggio vicino.
Nonostante tutto però Krueger era molto infelice. Un enorme sfortuna lo affliggeva giorno e notte, non lasciandogli scampo. Krueger era ghiotto di aglio. Ne mangiava a quintali e non poteva farne a meno. Un persistente odore pungente lo avvolgeva come un mantello invisibile, impedendogli di avvicinarsi ai suoi parenti. Le rare volte che aveva tentato di uscire dalla propria stanza alla zia erano venute le convulsione, la nonna era svenuta, lo zio si era catapultato fuori dalla caverna ustionandosi alla luce del sole, sua madre non aveva smesso di lacrimare per svariati giorni e suo padre e i suoi fratelli erano stati scossi da terribili conati di vomito. Così Krueger viveva in esilio, parlando con i suoi familiari attraverso una pesante porta di legno. Aveva anche provato a smettere quella sua strana dipendenza ma dopo poche ore il bisogno impellente di addentare uno spicchio di aglio l'aveva fatto desistere.
Una mattina, mentre stava leggendo nella sua bara, un assordante rumore lo fece sobbalzare. Urla strepiti tonfi lo strapparono dalle coperte. Aprì la porta. La caverna era invasa da tutti gli abitanti del villaggio che brandivano fiaccole e ramponi. Ognuno al collo portava svariate trecce d'aglio. Avevano circondato i suoi parenti che storditi dal fetore erano crollati al suolo. Krueger avanzò nella stanza e quando gli uomini si accorsero di lui gli si avvicinarono minacciosi. Vedendo però che il giovane vampiro non veniva neutralizzato dal pungente odore dell'aglio molti si paralizzarono dalla paura. Krueger non capiva quella maleducata invasione, sentiva solo un mormorio perpetuo spezzato da qualche urlo
Mostro Belva Succhiasangue
Krueger voleva solo spiegare a quella povera gente che lui e la sua famiglia non volevano fare male a nessuno, ma quando avanzò di un passo gli uomini abbandonarono i forconi e se la diedero a gambe levate.
Quella sera, dopo essersi ripresi dallo svenimento, suo padre e sua madre, coprendosi opportunamente la bocca e il naso, entrarono nella sua stanza per ringraziarlo di averli salvati e a spiegargli che presto avrebbero dovuto lasciare la caverna. Krueger non capiva perché, avrebbe voluto andare al paese e spiegare che loro non erano mostri e che non volevano ucciderli. I genitori lo convinsero a desistere dal compiere quella pazzia, ma Krueger continuò a interrogarsi. Come potevano giudicarli senza conoscerli?
La notte successiva la famiglia abbandonò la caverna. Silenziosamente, avvolta nell'inchiostro delle tenebre, lasciandosi alle spalle solo le piantine di aglio di Krueger.

E dopo la storiella vi lascio con una ricetta un po' agliosa ma davvero squisita. Il sapore dell'aglio viene smorzato dal dolciastro della salsa che caramella i pezzetti di pollo

MANDARINE CHICKEN

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(ricetta originale su http://blogchef.net/mandarin-chicken-recipe/)

Ingredienti per 2 persone: due petti di pollo grandi/ un cucchiaino di zucchero/ un cucchiaino di sale
per la salsa: 2/3 cup di zucchero/1/4 cup di acqua / 1/4 cup di salsa di soia / 1 cucchiaio di succo di limone / 1 spicchio di aglio tritato molto finemente / 1 cucchiaino di zenzero fresco tritato molto finemente/ 4 cucchiaini di amido di mais.

Battete leggermente i petti di pollo e conditeli con lo zucchero e il sale da entrambe le parti. Grigliateli su una griglia ben calda per alcuni minuti (la carne deve essere cotta ma ancora molto morbida), poi tagliateli a strisce. In una padella (se l'avete usate il wok) mescolate la salsa di soia, lo zucchero , il succo di limone, l'aglio e lo zenzero sminuzzati e portate a bollore. Intanto sciogliete l'amido di mais nell'acqua e unitela alla salsa in ebollizione. Mescolate bene e aggiungete i pezzi di pollo. Lasciate restringere completamente la salsa mescolando continuamente (deve caramellare i pezzi di pollo rivestendoli completamente)

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giovedì 8 gennaio 2009

La Guerra dei Bottoni

Il fiato si condensava in piccoli sbuffi lattei fondendosi col fumo azzurrino della sigaretta, accuratamente posizionata all'angolo della bocca. Faceva freddo, ma la giornata era insolitamente splendida. I Ray-Ban a specchio riflettevano il cielo terso, di un blu tridimensionale. Il ragazzo aspettava all'angolo di via Bovi Campeggi stretto nella sua giacca marrone scamosciata, le gambe fasciate in stretti jeans a campana. A intervalli regolari si soffiava nelle mani per riscaldarle.
Dall'angolo di via Zanardi sbucarono altri due ragazzi. Uno alto e magro, sciarpa bianca sopra a un dolcevita in tinta che spuntava dalla giacca a tre quarti, l'altro, di molti centimetri più basso, baffi e un cespuglio di capelli ricci a delimitare i tratti squadrati del viso.
Si incamminarono tutti e tre verso il centro. Il matinè del Metropolitan sarebbe iniziato presto e la strada da fare era lunga. Certo sarebbe stato più comodo attraversare il canale ma quello era il territorio dei ragazzi di via Cipriani e a meno che non si cercassero guai era meglio evitare. E poi quella mattina non volevano problemi. No quella mattina volevano solo andare al cinema.
Quindi a passo svelto macinarono il marciapiede del viale fino a Porta Galliera e poi su per via Indipendenza. Qualche occhiata alle ragazze sottolineata da fischi e sghignazzi. E qui il primo stop. Il primo rito della giornata. Fermarsi al bar di piazza 20 Settembre e comprarsi il mini babà al rum. Religiosamente incartato e riposto nella tasca. Da conservare per il buio della sala.
Poi di nuovo fuori, lungo il portico. La mattina prometteva grandi cose. Si sentivano bene, si sentivano grandi, ma soprattutto si sentivano play. Si fermarono nuovamente dopo alcune centinai di metri, con lo scalpiccio degli stivaletti ancora nelle orecchie. La Suora era lì a lato della solita colonna con il suo carretto pieno di dolciumi. Il tempo di comprare LA rondella di liquirizia, perché i ferri, quelle strisce intorcinate e lunghe erano riservate al gruppo di Cipriani, e poi ripartirono verso il Metropolitan. Lunghe stringhe nere e zuccherine pendevano dalle labbra, un sostituto momentaneo alla MS.
Davanti al cinema stazionavano già alcuni gruppi di ragazzi. Pois di persone separate da un invisibile perimetro. Nomi di strade e la presupposta superiorità li divideva, creava alleanze, definiva appartenenze. Poi la voce stridula della bigliettaia ruppe il brusio. "Dieci per Bovi Campeggi", "dodici per Cipriani", "quindici per Zanardi"...I ragazzi si avvicinarono al botteghino, cento lire alla mano, sguardi alla mezzogiorno di fuoco, denti digrignati. I posti non erano numerati ma tutti sapevano dove sedersi. Le luci in sala calarono. Un'interminabile serie di prossime visione venne accompagnata da fischi e lancio di pop corn e carte di caramelle. Il fumo delle sigarette creava una trama grigiastra attorno allo schermo. E poi il silenzio. Gli enormi caratteri cubitali rosso sangue decretarono la morte del caos. L'Uccello Dalle Piume di Cristallo volò netto e terrificante nelle menti dei ragazzi.
Sì sarebbe stata proprio una bella giornata

A volte i racconti dei nostri genitori ci danno la possibilità di viaggiare nel tempo. Attraverso le loro parole si possono rivivere epoche in cui non eravamo neanche un'idea. E' come leggere un libro. Ti affezioni ai personaggi, vedi con gli occhi della mente posti e situazioni che non è possibile sperimentare sulla propria pelle. E a volte fatichi a riconoscere in un ragazzo di vent'anni, un po' teppista e un po' poeta, il volto della persona che ti sta parlando.

papà

E sull'onda dei ricordi vi lascio con un piatto semplicissimo. Mia nonna li chiama bugiardini fritti e li impana nella farina. Diciamo che la mia è una variazione di un classico.
Colgo anche l'occasione per ringraziare Antonella che ha fatto iniziare il mio 2009 con un bellissimo premio. Io lo giro a: Saretta, Niki, Vaniglia, Serena, Cipolla, Pippi e Onde99



ALICI IMPANATE

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Pulite bene le alici, sciacquandole più volte sotto l'acqua fredda, per eliminare tutto il sangue. Poi facendo attenzione a non romperle togliete la testa e la prima parte della lisca. Passatele ancora umide nella farina di mais, premendo bene in modo che si crei una crosticcina abbastanza compatta. Scaldate dell'olio di semi in una capiente padella a bordi alti e friggete le alici poco per volta per circa 4/5 min (il tempo di cottura dipende molto dalla grandezza dei pesciolini, l'importante è che diventino croccanti e dorati). Asciugate con carta paglia e servite bollenti, accompagnati da una bella birra fredda e corposa.

martedì 16 dicembre 2008

Favola di Natale

C'era una volta una piccola fiammiferaia....mmmm mi sa che l'ha già scritta qualcuno.....
C'era una volta un principe e un povero....anche questa mi suona familiare....
C'era una volta un vecchio avaro....mannaggia anche questa è nota.
Dai riproviamo: C'era una volta una bambina, con occhi grandi e scuri e mani piccole e sottili. La bambina viveva in un paese lontano lontano, in un palazzo alto e antico. Aveva un animaletto da compagnia di indefinibile razza che amava più di ogni cosa al mondo. Ogni mattina la bambina si svegliava che faceva ancora buio, si avvoltolava nella sua gigantesca sciarpa di lana e si avventurava per le fredde strade della città. Nel periodo natalizio le lucine degli addobbi creavano complicate geometrie sul suo faccino pallido. La bambina ogni mattina si recava in un luogo buio e freddo, che in quel periodo dell'anno diventava ancora più buio e freddo. Si destreggiava fra aliti mefitici, arteriosclerosi galoppanti, ringhiosi goul e streghe in gonnella. La bambina si proteggeva dal gelo e dall'attacco dei mostri ingurgitando litri di tè caldo e facendo appello ai suoi bei ricordi. Pensava al suo splendido alberello di natale pieno di nastrini e cuoricini colorati, al pelo morbido dell'animaletto domestico, al calore del caminetto scoppiettante che allietava la cucina in quelle sere invernali. Pensava al profumo del pane appena sfornato, alla fragranza dei biscotti che invadeva le stanze. E un po' di buio fuggiva via. Alla sera poi tornava a casa, stanca e frustata, e a volte il buio la seguiva. La bambina aveva paura di non riuscire più a scrollarsi di dosso quelle tenebre, ma poi un giorno, svegliandosi si accorse di un cerchietto rosso sul calendario. Quei due numerini incorniciati la misero subito di buon umore. Svegliò l'animaletto domestico, che assonnato e brontolante la accompagnò in cucina. E mise le mani in pasta. Mescolò, tagliuzzò, affettò, infornò per ore e ore, senza sosta. Stese la tovaglia candida, sistemò il centrotavola dorato, accese le candele. E quella sera, quando raccolti attorno al tavolo vide i suoi cari affondare i denti in quei panini soffici e nelle pietanze preparate, sentì che le ombre se ne erano andate, completamente, almeno per una notte. E con questa favola comincio a postare le ricette che compariranno sulla mia tavola la notte di Natale

Panini al latte
(ricetta originale di Adriano)
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Ingredienti per circa 8 panini: 500g di manitoba/ 350g di latte intero/ 30g di burro/ mezzo cucchiaio di strutto/ mezzo cucchiaio di zucchero/ 10g di lievito di birra/ 1 cucchiaino di miele/ latte per pennellare
Mescolate in una ciotola metà del latte tiepido con il malto, il lievito e 250g di farina. Coprite con un canovaccio e lasciate lievitare per circa 90 min. Quando avrà raddoppiato di volume uniate il resto del latte, metà della farina rimanente e cominciate a impastare. Aggiungete il sale e, dopo poco, quasi tutta la farina rimanente. Quando si sarà staccato dalla ciotola, ma non ancora incordato, uniate il burro non troppo morbido, lo strutto e lo zucchero. Unite l'ultimo spolvero di farina e continuate a impastare fino a che tutti gli ingredienti saranno ben amalgamati e l'impasto non risulterà ben incordato (mi raccomando non aggiungete più farina di quella prevista, l'impasto risulta inizialmente appiccicoso ma durante la lavorazione si rassoda e aquista elasticità) Coprite con un canovaccio e trasferite la ciotola in un luogo tiepido (a circa 28° - io l'ho messo nel forno con la luce di cortesia accesa). Quando avrà raddoppiato di volume (circa 90 min.), rovesciate l'impasto su di un piano infarinato e date le pieghe del secondo tipo. Coprite l'impasto con la ciotola e lasciate lievitare per circa 60 min. Trascorso questo tempo dividete l'impasto in pezzi da 100g e dategli la forma di una sfera o di un filoncino, evitando possibilmente di utilizzare farina. Disponete le pagnotte su una teglia ricoperta da carta da forno distanziandole per bene, coprite con la pellicola o un canovaccio e lasciate riposare per circa una mezz'ora. A ¾ di lievitazione pennellate con il latte. A lievitazione completata pennellate nuovamente con il latte e infornate a 180° per 18 min (il pane si deve solo leggermente dorare e se picchiettato sotto deve suonare vuoto).

martedì 25 novembre 2008

La Fabbrica del Cioccolato

Marco non aveva trovato un biglietto d'oro dentro una stecca di cioccolata. Se è per questo la sua famiglia non era neanche povera e non vivevano sicuramente in una cittadina industriale inglese fine ottocento. Ma allora - si chiedeva stringendo la mano nodosa e calda del nonno - dove caspita sono finito?
Si aggirava tra i banchi che racchiudevano luccicanti meraviglie con gli occhi sgranati, la bocca aperta e il naso pronto a carpire ogni profumo emanato da tutto quel tripudio di colori e consistenze differenti.
Devo stare sognando...è senz'altro così...stavo leggendo il mio libro...mi sono addormentato e ora mi ritrovo qui...solo che invece che in una Fabbrica sono in una specie di mercato...
Ma quei gusci croccanti, quelle tavolette di ogni forma, quelle sculture zuccherine e speziate erano pura magia. E Marco decise. Sarebbe diventato un mago anche lui.
Anni dopo, col suo bel cappello bianco sulla testa, Marco aveva realizzato il suo sogno. Ora era uno stregone, e dei più bravi. Maneggiava con maestria polveri e liquidi, dosava, pesava, dava vita a impasti informi che sotto il suo tocco diventavano opere d'arte. Ma la cosa che più gli dava piacere era l'effetto che la sua magia aveva sugli altri. Ogni tanto si affacciava alla porta del suo laboratorio per sbirciare quegli occhi estasiati, quelle labbra che si schiudevano, i denti che rompevano croste croccanti, spezzavano paste friabili, le guance risucchiate per poter godere ogni singola nota di sapore, l'espressione di pura estasi che si dipingeva sui volti e che si rinnovava a ogni morso. Marco era soddisfatto. Marco era felice. Marco era l'incantatore della Fabbrica di Cioccolato.



Sabato sono stata al CioccoShow. Piazza Maggiore profumava di cacao e cannella, incorniciata dada un abbacinante cielo terso. L'aria fredda invogliava ad avvicinarsi agli stand per godere del tepore che proveniva dalle cascate di cioccolata fusa.



Una bella manifestazione, nonostante la ressa, dove la maestria dei vari pasticceri e maitre chocolatier hanno dato vita delle opere d'arte. Unico tasto dolente: i prezzi davvero esorbitanti...però, ogni tanto, una follia ce la si può pure concedere. Vi lascio con alcune immagini nella speranza che riscaldino questo gelido martedì






mercoledì 12 novembre 2008

100

Era nata e cresciuta a Springwater. La memoria storica della città. Le sue forme sinuose la rendevano bella, un'attrazione, qualcosa da desiderare e possedere. Dalla collina vegliava sulla vita delle persone. Nei suoi corridoi erano passate generazioni di bambini. Le piaceva ascoltare le loro voci. Farsi scoprire dai loro occhi curiosi. Più di una famiglia aveva dormito, mangiato, amato nelle sue luminose stanze. Alcuni erano morti, altri se ne erano andati. Ma non si era mai sentita sola. Perché lei conservava i ricordi. Un triciclo dimenticato in un armadio, vecchie fotografie lasciate a ingiallire nei bauli, qualche abito abbandonato in soffitta...
Ma poi era successo quell'incidente. Avevano trovato la vecchia solo dopo molti giorni.
Penzolava dal grande lampadario dell'ingresso. Nessuno capì mai come avesse fatto a fare tutto da sola. Ma non c'erano segni di scasso o furto. Il caso venne archiviato come suicidio. Ma le voci cominciarono presto a circolare. Si diceva che un fantasma in vestaglia e bigodini si aggirasse sulla collina, in cerca di anime da divorare. I bambini si tenevano alla larga. Non giocavano più nei suoi giardini. Evitavano di fissare troppo i suoi porticati. Gli adulti lanciavano qualche fugace sguardo nella sua direzione ma poi acceleravano il passo.
E così il cartello di vendita divenne il suo unico compagno. La sua bellezza cominciò a guastarsi. Profonde rughe solcavano la facciata. I tubi erano vene varicose, trombotiche e arrugginite. Dimenticata. Sola. Inutile.
Fino alla mattina in cui un gruppo uomini in giacca e cravatta non le annunciarono il CAMBIAMENTO. Era euforica. Finalmente sarebbe tornata a far parte della vita di Springwater. Finalmente le sue stanza sarebbero ritornate palcoscenico di emozioni e gioia. Finalmente.
La tirarono, la ingrandirono, aggiunsero di qua e tolsero di là. Un'operazione al gran completo. Nessuno l'avrebbe più riconosciuta. Ora era scintillante, funzionale. Enorme. Aveva accettato tutto questo di buon grado, ripetendosi che era necessario. Che doveva cambiare per tornare a vivere.
Ora la gente camminava di nuovo nei suoi corridoi. Ma non c'era più gioia. amore. passione. Le persone passavano in fretta, chiuse, scontrose, incuranti. Le sue stanze non custodivano più memorie, ma solo oggetti. E quando la notte ricopriva ogni cosa non c'era il calore di una famiglia a confortarla. Solo vastissimi metri quadrati di nulla. E così chiudeva gli occhi e sognava il passato, mentre sul suo capo, a farle compagnia, il neon continuava a lampeggiare: Centro commerciale SPRINGWATER venite e sentitevi a casa!



E con questa storiellina festeggio il mio centesimo post!!!!!!! E a voi che passate di qui a leggere i miei deliri offro questa voluttuosa mousse.

MOUSSE AL CIOCCOLATO




Ingredienti: 50g di cioccolato fondente vaniglia bourbon della Stainer/ 50g di cioccolato fondente al 70% (io ho usato le sfoglie Perugina)/ 100ml di latte/ 200ml di panna fresca/ 50g di zucchero a velo/ la punta di un cucchiaino di agar agar
In un pentolino sciogliete l'agar agar nel latte. Unite lo zucchero a velo e mescolate bene per sciogliere eventuali grumi. Mettete il pentolino sul fuoco e portate a ebollizione. Fate bollire per 5 min rimescolando di tanto in tanto. Nel frattempo sciogliete il cioccolato spezzettato a bagnomaria. Passati i cinque minuti versate il composto di latte e zucchero sul cioccolato fuso e mescolate bene. Otterrete una crema piuttosto soda. Lasciatela raffreddare. Intanto montate la panna. Deve essere soda ma non fermissima. Quando la crema di cioccolato è fredda unitevi due cucchiaiate di panna montata. Mescolate velocemente senza paura di smontare la panna. Questo servirà a rendere il composto più fluido. Ora unite metà della panna montata e con movimenti dall'alto verso il basso incorporatela al cioccolato. Un volta che è ben amalgamata unite la panna restante e procedete nello stesso modo. Versate delicatamente la mousse nel continitore in cui avete deciso di presentarla (bicchierini, ciotoline, boulle...) e lasciate riposare in frigorifero per almeno un paio d'ore.

Inoltre vorrei ringraziare Luca&Sabrina per i premi che mi hanno assegnato!!! Vi meritate due cucchiaiate extra di questa delizia :D



mercoledì 1 ottobre 2008

Nella vita ci vuole...Fantasia

Realtà e Sogno erano sorelle. Realtà era alta e austera. Il suo viso, seppur giovane, era segnato dalle preoccupazioni. Pallida, si aggirava senza pace, spesso preda di terribili pianti e angosce.
Sogno era minuta e aggraziata. Il suo sguardo, sempre rivolto al cielo, era languido e dolce.
Entrambe le fanciulle però soffrivano per un male comune, la solitudine. L'irrequietezza di Realtà, la sua seriosità e pragmatismo allontanavano le persone, che trovavano la sua compagnia sgradevole. Trovarsi di fronte allo specchio delle proprie vite, delle proprie paure e inquietudini non era cosa piacevole per chiunque. Inoltre la sua bellezza stava sfiorendo, precocemente offuscata da tutti i pensieri che la tormentavano. Sogno invece era costantemente rivolta verso il proprio mondo interiore. Non prestava ascolto a ciò che la gente le diceva, non le interessava partecipare a conversazioni ad alcuna attività. Il tempo passava e le due fanciulle si sentivano sempre più sole.
Vedendo la sofferenza che ogni giorno di più attanagliava il cuore di Realtà e Fantasia, Giove fu mosso a compassione. Una notte, mentre le due fanciulle dormivano, si avvicinò silenziosamente ai loro letti. E soffiando sui loro visi, fuse le loro anime. Il giorno successivo Realtà e Sogno si svegliarono in un unico corpo. Una nuova, bellissima donna era stata generata da quella unione. Nel suo corpo regnava la solidità e l'indole concreta di Realtà, mitigata dalla languidezza di Sogno. I suoi lineamenti delicati risplendevano di speranza e fiducia. Ogni suo movimento esprimeva volontà di realizzazione, ma senza quella disperata frenesia che aveva quasi distrutto Realtà. Giove aveva donato al mondo una gemma preziosa. Era nata Fantasia.

Ringrazio Adryss per questo bellissimo premio di cui vado molto fiera. Io lo rigiro a
Sara, perchè di fantasia ne ha da vendere. Gli accostamenti di colori e sapori che propone, oltre che una solida tecnica, rivelano la sua anima artistica.
Loste, perchè adoro il suo modo di scrivere, come racconta gli eventi che hanno dato vita alle ricette che prepara. Ha la capacità di trasportarmi in un tempo fatto di antichi sapori e profumi.
Viviana, perchè ha un'energia contagiosa, pechè per strappare un sorriso è necessaria tanta fantasia.
Bocetta, bè andate a fare un giro sul suo blog e capirete il perchè di questo premio.
Velia, perchè per essere uno chef è necessario avere fantasia, riproporre in chiave sempre diversa il proprio bagaglio di conoscenze. Grazie per il bellissimo premio che mi hai assegnato, spero un giorno di poterti conoscere personalmente...

Questo lo dedico a tutti coloro che passano di qui con l'augurio che ognuno di voi posso trovare la propria forma d'arte per esprimersi

domenica 15 giugno 2008

Produzioni Domenicali

Lazy Sunday ...passata nel cazzeggio più totale per ricaricarsi un po'. La mente vaga e produce storie assurde, le mani impastano, un sorriso ebete sulle labbra


Serpente, maiale e tartaruga passeggiavano per il bosco, discutendo di come si fossero complicate le loro vite da animale.
Le manguste sono sul piede di guerra - si lamentava serpente - non possiamo strisciare fuori dalla tana che quelle si avventano su di noi con i loro artiglietti letali. Si appostano, ci inseguono e non ne hanno mai abbastanza.
Guarda non me ne parlare, le aquile sembrano impazzite - disse sconsolata tartaruga - Piombano su di noi neanche fossimo delle Saint Honorè, ci ribaltano e poi....Ieri sono state assalite due mie amiche. Ormai viviamo nel terrore
Oh come vi compatisco - sentenziò maiale - non vorrei essere nei vostri panni. Vedete, voi, sempre a parlare di quanto eravate fortunate a vivere in libertà nei boschi, senza nessun padrone a controllarvi...e ora queste sono le conseguenze. Nessuno che vi difende, nessuno che si prende cura di voi. Mentre io sì che sono fortunato. Il fattore mi ama. Mi accudisce. Proprio ieri , mentre mi versava il pastone nel trogolo, mi raccontava di aver costruito un rifugio apposta per me, nel caso ci fosse pericolo.
Davvero - esclamarono serpente e tartaruga con una punta di invidia nelle loro voci
Certo...aspettate ha anche un nome, un bellissimo nome altisonante....il fattore l'ha chiamato FORNO


PANINI MORBIDI

Ingredienti per circa 8 panini: 200g di farina 00/ 100g di farina integrale/ 250g di farina di forza per pane/ 350g di ricotta/ 250ml di latte/ 1 cucchiaio raso di sale/ un cucchiaino di zucchero/ una bustina di lievito di birra secco (7g)/ 2 cucchiai di olio di oliva/ semi di sesamo

Mescolate in una ciotola capiente le farine e il lievito. Unite alle farine il latte leggermente intiepidito, la ricotta, il sale, lo zucchero e l'olio. Mischiate il tutto e poi impastate fino ad ottenere un impasto liscio (risulterà un po' colloso ma non aggiungete farina). Formate una palla e riponetela in una ciotola coperta con della pellicola. Lasciate lievitare almeno due ore. Trascorso questo tempo riprendete l'impasto, sgonfiatelo e formate otto panini. Passate la superficie nei semi di sesamo e disponeteli nella placca da forno rivestita di carta e leggermente unta. Infornate a trenta gradi e lasciate lievitare per un'altra ora. Togliete la placca da forno e alzate la temperatura a 200°. Quando il forno è caldo infornate e cuocete per circa 30 min.



sabato 7 giugno 2008

I Rimedi della Nonna

Devono operare la nonnina.
I suoi piedi sono storti come un albero di giunco. L'alluce curva pericolosamente verso l'interno e sembra che si stia per spezzare da un momento all'altro. I dottori hanno detto che sono reumatismi. Le incideranno la pelle, romperanno l'osso, aggiungeranno qualche pezzo di ferro e plastica e la nonna avrà i piedi nuovi di pacca. Come una ferrari appena uscita dalla fabbrica. Troppi anni passati con le gambe a mollo nelle risaie, ha commentato la nonna.
Io guardo le sue scarpe, allineate ai piedi del letto. Sembra abbiano fatto un incidente con un autotreno.
Oggi è il gran giorno. La vado a trovare presto, l'operazione è fissata per il pomeriggio. Attraverso i corridoi bianchi della casa di cura. Il rumore dei tacchi sul pavimento, come un metronomo. La porta della stanza è socchiusa. Non entro. Mi soffermo sulla soglia a osservare la figura seduta accanto alla finestra. Eccola lì la mia nonna. Un metro e cinquanta imbacuccato in una vestaglia di flanella azzurrina. I capelli nascosti dalla cuffietta verde.
Le studio il volto. Poverina deve essere spaventata. Gli occhi azzurri sono arrossati e acquosi. Un intrico di venuzze le arrossa le guance. Il respiro è più pesante del solito. Il suo torace da uccellino si solleva e si abbassa come un grosso mantice. Un leggero tremolio delle mani.
Non indugio oltre. Spalanco la porta, Ciao nonnina come va? La nonna solleva lo sguardo, per un momento sembra non riconoscermi poi un sorriso le increspa il volto
Ciao tesoro, benone.
Davvero nonna, mi sembri un po'...stordita...
Eh tesoro sarà la medicina che mi ha portato il nonno. E' appena andato via. Per rilassarmi un po' e farmi passare il dolore
Che medicina?! I dottori non le avevano prescritto nulla, data l'età. Per non aumentare il rischio, avevano detto.
Anzi tesoro, passamene un altro po'. E' lì dentro la borsa.
Allungo la mano, la tuffo nella vecchia tracolla a stampe fiorite, ormai lisa e scolorita e tocco un bottiglietta. La afferro e la tiro fuori. Leggo l'etichetta
JACK DANIELS
Ecco l'ho sempre pensato. I rimedi della nonna sono sempre i migliori!
NB: questo è un piccolo racconto di fantasia, fortunatamente la mia nonna sta benissimo...:)

CIAMBELLONE AL CAFFE' D'ORZO E CIOCCOLATO BIANCO


Ingredienti: 6 uova/ 150g di zucchero/ 220g di farina/ 6 cucchiai di latte/ 4 cucchiai di caffè d'orzo/ una bustina di lievito per dolci/ una bustina di vaniglina/ 6 cucchiai di olio/ 60g di cioccolato bianco


Sgusciate le uova, separando i tuorli dagli albumi. Aggiungete un pizzico di sale a quest'ultimi e metteteli in frigo. Intanto montate con le fruste i tuorli con lo zucchero fino a che non diventano spumosi e molto chiari. Aggiungete il caffè d'orzo sciolto nel latte, il cioccolato bianco sciolto a bagnomaria e lavorate per un minuto. Unite la farina setacciata con il lievito e la vaniglina al composto di tuorli e amalgamate per bene (aggiungete la farina poco per volta). Montate gli albumi a neve con un pizzico di sale e incorporatele a resto degli ingredienti aiutandovi con una spatola e stando attenti a non smontarli. Imburrate e infarinate uno stampo per ciambella dai bordi alti di circa 22-24 cm di diametro versateci l'impasto e cuocete nel forno caldo a 160° per 35/40 min; sfornate il dolce, fatelo raffreddare e ribaltatelo sul piatto da portata. Decorate a piacere con zucchero a velo.




Questo soffice ciambellone è dedicato a Pippi per ringraziarla di un abbraccio virtuale che, lei non lo sa, ma mi ha risollevato un po' il morale in una giornata veramente storta e lo dedico a chi tutti i giorni lascia un pensiero su queste pagine. Un bacio, tesori, e grazie

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